...una voce...tante emozioni...un viaggio...tante voci...un libro...le voci in viaggio...
Siamo un gruppo di persone che Ama la lettura e ha deciso di mettere in valigia storie, racconti, fiabe, poesie e di partire per un lungo Viaggio, in mezzo alla gente.
Ad ogni tappa del nostro cammino trasmettiamo con la nostra Voce emozioni che partono da Viaggi lontani, a volte persi nel tempo.
Leggendo parole scritte da vite più o meno note, ma che hanno lasciato un segno nella storia del mondo, possiamo leggere la vita di tutti i giorni e cominciare a scrivere quella che verrà.
L’emozione più grande è leggere negli occhi e nel cuore di chi ti ascolta la condivisione di ciò che arriva dalla nostra anima.
Ed è l’inizio di un nuovo Viaggio…


Le Voci Consigliano

giovedì 24 settembre 2015

Per non dimenticare?




 ‘Questo è il nostro Israele, questo è per gli Ebrei. Nessun palestinese dovrebbe venire in Israele': Una storia palestino-americana di detenzione all’aeroporto Ben Gurion
George Khoury on July 29, 2015 88 Comments

Ben Gurion airport
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Sono nato a Gerusalemme Ovest (la cosiddetta metà ebraica di Gerusalemme) nel 1945. Sotto una pioggia di pallottole che volavano sopra le nostre teste, mio padre afferrò me e il resto della famiglia e fuggì verso la sua città natale di Nablus alla vigilia della creazione dello Stato di Israele nel 1948. Siamo rimasti a Rafidia-Nablus fino al 1952 e poi ci siamo trasferiti a Ramallah dove mio padre aveva ottenuto un impiego presso l’ufficio postale. Ho frequentato la scuola parrocchiale e sono entrato nel Seminario Patriarcale Latino a Beit Jala nel 1961 per studiare per diventare prete. Nel 1968 ho lasciato il seminario dove avevo studiato francese, latino oltre che filosofia e teologia. Sono venuto negli Stati Uniti nel settembre del 1969 e sono entrato alla Seton Hall University in South Orange, New Jersey, dove mi sono laureato con una specializzazione in lingue straniere (Francese e Spagnolo) e nel 1975  ho ottenuto un master dall’università di Montclair nel New Jersey.

Mi sono trasferito in California nel 1975 dove ho insegnato lingue straniere nelle scuole superiori. Mi sono iscritto alla facoltà di teologia nel 1983 presso Graduate Theological Union a Berkeley, California e ho ottenuto il dottorato nel 1990. Ho insegnato lingue al San Mateo College, Skyline College, e Westmoor High School. Mi sono iscritto al corso per diventare diacono permanente nel 2012 perchè è mia intenzione servire le varie comunità Ecclesiali come diacono nell’Arcidiocesi di San Francisco.
Dopo 21 anni che non visitavo Gerusalemme e la mia patria Palestina,  ho deciso di ritornarci, questa volta come cittadino americano con un passaporto statunitense, che possiedo dal lontano 1975. Questo viaggio voleva essere prima di tutto un pellegrinaggio religioso con Padre Bernard Poggi e poi una visita attesa da tanto tempo della mia terra natale, di amici e familiari che non vedevo da decenni. Una volta che siamo arrivati all’aeroporto Ben Gurion a Tel Aviv, hanno permesso a Padre Bernard di entrare. Quando è venuto il mio turno, sono stato condotto da una giovane soldatessa in un “stanza verde” per essere interrogato.
La conversazione che ne seguì è questa:
Un agente della sicurezza dell’aeroporto ( che penso fosse un agente dello Shin Bet – i servizi segreti) incominciò:
Agente: “Ah, così sei venuto dall’aeroporto Ben Gurion ?”
Me: “Si. Cosa c’è che non va?”
Agente: “Non puoi farlo.”
Me: “Perchè? Ho un passaporto americano. Sono venuto con Padre Bernard, per passare qualche settimana a Gerusalemme, questo è tutto. Siamo venuti a fare un pellegrinaggio religioso e a far visita ad alcuni amici e parenti.”
Agente: “No no, non puoi andare in Israele. Avresti dovuto passare dal Ponte Allenby .”
Me: “Perchè avrei dovuto fare questo? Non sto entrando come Palestinese, sto venendo come cittadino americano.”
Agente: “No. Tu sei palestinese. Perchè stai negando di essere palestinese?”
Me: “Non sto negando di essere palestinese. Sono palestinese dalla testa ai piedi. Mio padre era palestinese, mia madre era palestinese. I miei fratelli sono palestinesi. Mia sorella è palestinese. Mio nonno era un prete ortodosso e posso tracciare le mie radici palestinesi per gli ultimi 500 anni. Cosa dice che sto negando? Non sto negando nulla.”
Agent: “No no, tu appartieni al popolo palestinese. Questo è il nostro Israele, questo è per gli Ebrei. Nessun palestinese dovrebbe venire in Israele. Avresti dovuto passare dal Ponte Allenby.”
Me: “Perché dice questo? Ho mai avuto un passaporto palestinese? Ho mai vissuto sotto l’Autorità Palestinese? Da quando venne costituita l’Autorità Palestinese non sono mai stato in Palestina e non ho mai avuto un passaporto palestinese.”
Agente: “Ma tu possiedi una Carta d’Identità israeliana .” [Egli fa riferimento alla CdI israeliana che mi venne rilasciata dopo che Israele aveva iniziato l’occupazione della Cisgiordania nel 1967. Ho avuto una CdI fino a quando sono partito per gli Stati Uniti nel 1969.]
Me: “Una CdI israeliana non è un passaporto palestinese. La CdI israeliana mi venne rilasciata quando ero a Beit Jala, quando stavo studiando per diventare prete ma lei non può equipararla ad un passaporto palestinese. Giuridicamente parlando, non sono mai stato cittadino di una nazione chiamata Palestina. Vengo con un passaporto americano e lei dovrebbe onorarlo.”
Agente: “Come vuoi che onori il tuo passaporto Americano? Vuoi che lo baci, lo abbracci o lo adori? Inoltre sei scortese e maleducato. Cosa hai da essere così prepotente? Sei un palestinese e sei brusco e maleducato.”
Me: “Non sono nè scortese nè maleducato, sto solo precisando i fatti. Le sto solo dicendo che sono americano, che sono un cittadino americano da 40 anni e che vivo in America da 46 anni. Così lei ignora tutti questi fatti legali e si focalizza soltanto sulla mia origine palestinese?”
Agente: “Sarai deportato in Giordania e entrerai dal Ponte Allemby per continuare la tua visita alla West Bank” [Il Ponte Allenby è il punto di collegamento tra la Giordania e Israele. I Palestinesi possono entrare nella West Bank soltanto attraverso questo ponte perchè non gli è loro permesso di entrare direttamente tramite Israele vero e proprio.]
Sono ritornato da Padre Bernard che mi stava aspettando. Ho raccontato a Padre Bernard che cosa era successo con l’agente dello Shin Beth e aspettammo. L’agente ritornò con i documenti della deportazione e, in presenza di Padre Bernard, mi fece capire che sarei stato deportato in Giordania. Rimasi in attesa fino a quando due altri ufficiali della sicurezza vennero da me e mi dissero “Non sarai deportato in Giordania ma dovrai tornare indietro da dove sei venuto.” [Aeroporto di Fiumicino, Italia]. Dissi, “Ma mi era appena stato detto che sarò deportato in Giordania.” Mi chiesero, “Chi ti ha detto questo?”
Risposi, “Non conosco il suo nome. Pensate che mi abbia detto il suo nome? E’ l’addetto alla sicurezza nell’ufficio e che mi ha appena fatto firmare i documenti di deportazione.” Mi dissero, “No, tu prima devi ritornare in Italia. Se quindi decidi di ritornare in Giordania dopo essere atterrato in Italia, quella è una tua scelta.” Ero scioccato ma non avevo scelta se non quella di continuare. Davanti agli ufficiali israeliani, Padre Bernard mi dà il suo numero telefonico in Giordania e ci siamo messi d’accordo che ci saremmo incontrati in Giordania il giorno dopo.
Io e padre Bernard ci separammo e tornai con gli ufficiali israeliani della sicurezza. Tennero me (e gli altri) in aeroporto fino all’1:30 di notte del 21 luglio. Alla fine ci portarono un sandwich. Tra gli altri che erano con me durante il questo calvario c’erano una donna palestinese e sua figlia ( che erano nate in Palestina ma cittadine americane). Avevano viaggiato assieme agli altri due figli della donna, ma siccome i due ragazzi erano nati in America, loro avevano potuto entrare in Israele. Gli ufficiali israeliani dissero alle due che sarebbero state rispedite negli USA ma separatamente. Entrambe scoppiarono a piangere e li supplicarono di essere deportate assieme ma senza risultato. C’era anche una giovane donna britannica che lavorava con un gruppo di diritti umani in Israele, una coreana e una giovane russa, nessuna delle due parlava molto inglese.
Ci condussero per mezzora via dall’aeroporto. Nella macchina condotta dagli Israeliani, un giovane coreano che a mala pena parlava un po’ d’inglese, affamato e senza soldi, chiese alla due guardie con voce estremamente flebile e in un cattivo inglese, “ Moriremo questa notte?” Eravamo trasportati in un furgone con le barre – fatto per i prigionieri. Ci tennero come criminali in una struttura di detenzione che chiamavano “emigrazione”, che non era altro che una prigione e così avrebbe dovuto chiamarsi, fino a quando siamo stati deportati.
Ci rinchiusero, mi proibirono personalmente di tenere il mio iPhone, rifiutarono che io prendessi un libro con me in quella sporca stanza e mi gettarono lì con un gruppo di poveri uomini, affamati e disorientati provenienti da diverse estrazioni nazionali ed etniche. Erano circa le 2 di notte.
Abbiamo passato l’intero martedì nel centro di detenzione senza sapere quando saremmo partiti. Ero rinchiuso in quella stanza con gli altri uomini. C’era una guardia araba attorno alla cella. Osai chiedergli “Conosci tutti i nostri nomi e tutto di noi. Come ti chiami tu?” Rispose, “Mi chiamo George.” Dal suo accento, mi sembrava che egli fosse di Nazareth.” Gli chiesi, “Perché ci trattate come prigionieri?” Disse, “E’ vero, lo siete.” Alla fine mi permise di usare il telefono per chiamare mia moglie, Nariman, per dirle dov’ero. Non so se avessi avuto il diritto ad una chiamata telefonica all’aeroporto, non lo so perché nessuno me l’ha mai detto. Le altre guardie rimasero totalmente anonime, ci insultavano usando un linguaggio irrispettoso ed offensivo e ci proibirono di parlarci da una cella all’altra, le celle erano separate da un lungo corridoio.  Non ho chiuso occhio perché hanno tenuto accese le forti luci al neon tutto il tempo.
Alle  4 quella mattina, la guardia venne a dirmi di prepararmi per il mio volo. Mi sentì parlare in arabo con la donna palestinese con la figlia che erano detenute nella cella di fronte alla mia. Quando ritornò quella mattina, la madre di Samar stava dicendo che forse stavano maltrattandoci un pò ma che alla fine ci avrebbero trasferiti in Giordania. Era molto arrabbiato e urlò, “Ti ho detto di non parlare con gli altri! Sto cercando di rispettarti! Cerca di rispettare te stesso. Va via dalla porta!”
Poi verso le 8 am una guardia entrò nella stanza e freneticamente mi prese dicendo che il mio aereo era pronto. Come un pazzo, mi condusse all’aeroporto e mi portò direttamente alla scala mobile e non attraverso l’aeroporto.
Proprio mentre stavo salendo sull’aereo, chiesi, “Dove esattamente mi state deportando?”
Disse, “Bogotà.”
Esclamai,“Bogota!? Perché?!”
“Non sei Carlos?” mi chiese.
“No, sono George Khoury! Fammi vedere il passaporto che hai tra le mani,” chiesi. Era quello di un colombiano di nome Carlos.
La guardia si rese conto dell’errore e freneticamente mi riportò di corsa al centro di detenzione. La dura corsa irritò malamente il mio nervo sciatico e ne soffro ancora molto. Ritornammo al centro di detenzione, e di nuovo in cella. Chiamò forte Carlos. Carlos stava dormendo e si svegliò. Disse, “Sono Carlos!” e venne portato via.
Senza entrare in ogni dettaglio, alle 9:30 am di mercoledì ritornarono e mi presero di nuovo. Mi condussero di nuovo sulla pista e aspettammo per un lungo tempo, verosimilmente fino a quando l’imbarco era completato e l’aereo pronto. Mi accompagnarono lungo tutto il cammino fino alla scala mobile. Fino a quel punto, mi era stato detto che avrei volato fino in Italia in modo che potessi ritornare in Giordania. Al momento di entrare nell’aereo, egli teneva in mano una serie di biglietti che mi avrebbero fatto volare negli Usa, via Italia, poi New York, poi San Francisco. L’agente italiano mi disse che mi avrebbe ridato il mio passaporto una volta fosse stato certo che io fossi sull’aereo diretto negli Stati Uniti. Questo è esattamente ciò che accadde. Quando arrivai in Italia, prima di uscire dall’aereo, chiesi alla hostess il mio passaporto. Mi disse che di questo si sarebbe occupato un uomo che mi attendeva fuori. Un ufficiale italiano mi stava aspettando in cima alle scale. Mi condusse con una jeep in un luogo lontano dall’aeroporto – una specie di stazione di polizia. Mi portò in una stanza con circa 5 o 6 persone dove ci si poteva muovere con fatica. Alle 5 del pomeriggio, salii sul volo diretto negli Stati Uniti dove mi venne consegnato il mio passaporto.
Arrivai a New York verso le 8 pm quel giorno. Dovetti rimanere in aeroporto fino all’indomani mattina quando mi imbarcai sul volo delle 6 am. Durante tutto il tempo avevo la borsa sul grembo tentando di chiudere gli occhi per brevi momenti, seduto su una dura panca contando i minuti e le ore fino all’ora del volo delle 6, stringendo cara la vita (la borsa, per fortuna, conteneva la mia insulina,il mio portafoglio e il mio iPhone. Sono diabetico e separarmi dalla mia medicina sarebbe stato fatale).
Arrivai a casa esausto giovedì alle 11:37 am. Chiamai la mia agenzia viaggi per sapere se avessi potuto essere rimborsato per la mia valigia rubata e per il biglietto di ritorno della KLM che non avevo utilizzato. Si scoprì che quei fondi erano già stati usati per pagare il mio trasferimento indietro negli USA.
Ora sono di ritorno a San Francisco. Mi hanno strappato qualcosa che avrebbe dovuto essere una vacanza dalle mie lunghe ore di lavoro, un ricollegarmi con la mia terra natale e i miei vecchi amici, e lo hanno trasformato in un incubo d’inferno. Mi hanno mancato di rispetto, svilito e trattato come se avessi commesso un crimine. Vi racconto la mia storia per incoraggiare la gente a visitare la Palestina per sfidare il teppismo di questa entità razzista e di farlo anche qui negli Stati uniti come anche in Israele. Sebbene in qualche modo estrema, questa non è una storia unica. Molti altri casi di arabi americani trattati in modo razzista dagli Israeliani ad ogni punto di entrata nello stato di Israele o nella west Bank sono stati documentati.
Molestie, detenzioni, ed interrogatori sono parte integrante degli sforzi dello Stato di Israele di tenere fuori i palestinesi da Israele-Palestina e  per portarci più ebrei. Sono i miei propri dollari di tasse USA—più di 3 miliardi di dollari di aiuti economici e militari - che finanziano l’oppressione del popolo palestinese. Senza il cieco e incondizionato sostegno finanziario e politico degli Stati Uniti ad Israele, l’occupazione e tutte le tragedie contro i palestinesi non continuerebbero!

Il link da cui è stato tratto questo documento che ho tradotto dall’inglese è:

Giacinto Feletto